Al gran teatro della “Verità”
In uno slancio di sano e impegnativo giornalismo, Michele Santoro ha intestato la puntata di ieri sera a “La Verità”. E per meglio cercare la verità su mafia e stato, su stragi e depistaggi, aveva invitato in studio Massimo Ciancimino che per tre anni, prima del suo arresto, ci aveva tanto deliziato con le sue patacche. Al vispo figlio di don Vito, si sa, la verità non costa niente.
17 AGO 20

In uno slancio di sano e impegnativo giornalismo, Michele Santoro ha intestato la puntata di ieri sera a “La Verità”. E per meglio cercare la verità su mafia e stato, su stragi e depistaggi, aveva invitato in studio Massimo Ciancimino che per tre anni, prima del suo arresto, ci aveva tanto deliziato con le sue patacche. Al vispo figlio di don Vito, si sa, la verità non costa niente. Se non ce l’ha a portata di mano ne confeziona una tutta sua, magari rifilando come autentici documenti costruiti con la banalissima tecnica del copia e incolla. L’interessante è non deludere quei magistrati e quei giornalisti che, con zelo, gli apparecchiano il teatrino mediatico dove lui possa essere tranquillamente spacciato per una “icona dell’antimafia” e godere dei conseguenti benefici.
Quando Massimuccio fu arrestato per calunnia, nel suo appartamento di Palermo la polizia trovò anche ventitré candelotti di dinamite la cui esplosione avrebbe potuto far saltare in aria l’intero quartiere Politeama. A quel punto, anche il più smagato cronista fu autorizzato a pensare che mai e poi mai un criminale di tale fatta sarebbe tornato a piazzare le sue patacche in uno studio televisivo, perché chiunque avrebbe rinunciato ad averlo come ospite. Tutti, tranne la premiata ditta Santoro & Travaglio che, pur di risuscitare il teorema spazzato via clamorosamente dal processo Dell’Utri, aveva proposto al figlio di don Vito l’ingaggio per un’altra tournée. Ma anche i pataccari, a differenza di alcuni giornalisti, riescono qualche volta a ritrovare un vago senso del pudore. E Massimuccio, all’ultimo minuto, ha preferito restarsene a casa e badare ai propri guai, che sono già tanti e complicati.
Lo slancio di “Servizio Pubblico” verso la Verità, come si è potuto vedere ieri sera, non si è tuttavia fermato al primo ostacolo. Per un figlio illustre che dà buca, ce n’è un altro che invece “accetta per la prima volta di parlare davanti alle telecamere”. Ed ecco a noi Angelo, 36 anni, primogenito di quel Binnu Provenzano che in una latitanza durata quasi un quarto di secolo ebbe modo di organizzare, in tandem con Totò Riina, non solo due guerre di mafia ma anche le stragi che, tra il maggio e il luglio del ’92, fecero saltare in aria prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Angelo Provenzano non è un guitto televisivo e non risulta che abbia costruito patacche. Ma trovandosi da Santoro non perde l’occasione per spendere anche lui una parola in favore della Verità. La giornalista gliela serve al giusto punto di cottura: “Sulle stragi si accavalla l’ombra dello stato…”, gli sottolinea.
E lui, dicendosi comunque “fiero del padre” ormai ammalato di tumore, racconta di avere studiato per molto tempo le vicende legate alla strage di Portella della Ginestra, roba di sessant’anni fa, e di essere arrivato alla conclusione che “quando qualcosa parte dall’interno dello stato”, si rischia purtroppo di “perdere la fiducia”. Dunque anche il figlio di Bernardo Provenzano, geometra incensurato, chiede un’altra Verità sulle stragi del ’92. Una Verità che possibilmente tiri fuori il padre – come sono stati tirati fuori i sette ergastolani condannati nel primo girone del processo Borsellino, quello del falso pentito – e che consenta finalmente di smascherare “i mandanti occulti” che se ne stanno rintanati nei palazzi romani, a trafficare con la politica dopo avere trafficato negli anni bui con le cosche e con gli sbirri che si vendevano alle cosche.
Certo, lo spettacolo non è stato lo stesso. Massimo Ciancimino, a differenza di Angelo Provenzano, avrebbe ritrovato in studio il suo ruolo di ventriloquo e avrebbe fatto raccontare al padre morto chissà quali retroscena sui rapporti con Berlusconi o con Dell’Utri; avrebbe pure risuscitato il misterioso “signor Franco” e gli avrebbe fatto dire chissà quali nefandezze sulla trattativa, magari mascariando ancora una volta il prefetto De Gennaro o il generale Mori, suoi bersagli preferiti. Ma le cose non sono andate per il verso giusto e il gran teatro di Santoro visibilmente ne ha sofferto. Per fortuna, ha confermato la sua presenza, in collegamento da New York, Antonio Ingroia, il magistrato che per tre anni ha dato a Massimuccio spago e credibilità. La Verità ne è uscita sana e salva.
Quando Massimuccio fu arrestato per calunnia, nel suo appartamento di Palermo la polizia trovò anche ventitré candelotti di dinamite la cui esplosione avrebbe potuto far saltare in aria l’intero quartiere Politeama. A quel punto, anche il più smagato cronista fu autorizzato a pensare che mai e poi mai un criminale di tale fatta sarebbe tornato a piazzare le sue patacche in uno studio televisivo, perché chiunque avrebbe rinunciato ad averlo come ospite. Tutti, tranne la premiata ditta Santoro & Travaglio che, pur di risuscitare il teorema spazzato via clamorosamente dal processo Dell’Utri, aveva proposto al figlio di don Vito l’ingaggio per un’altra tournée. Ma anche i pataccari, a differenza di alcuni giornalisti, riescono qualche volta a ritrovare un vago senso del pudore. E Massimuccio, all’ultimo minuto, ha preferito restarsene a casa e badare ai propri guai, che sono già tanti e complicati.
Lo slancio di “Servizio Pubblico” verso la Verità, come si è potuto vedere ieri sera, non si è tuttavia fermato al primo ostacolo. Per un figlio illustre che dà buca, ce n’è un altro che invece “accetta per la prima volta di parlare davanti alle telecamere”. Ed ecco a noi Angelo, 36 anni, primogenito di quel Binnu Provenzano che in una latitanza durata quasi un quarto di secolo ebbe modo di organizzare, in tandem con Totò Riina, non solo due guerre di mafia ma anche le stragi che, tra il maggio e il luglio del ’92, fecero saltare in aria prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Angelo Provenzano non è un guitto televisivo e non risulta che abbia costruito patacche. Ma trovandosi da Santoro non perde l’occasione per spendere anche lui una parola in favore della Verità. La giornalista gliela serve al giusto punto di cottura: “Sulle stragi si accavalla l’ombra dello stato…”, gli sottolinea.
E lui, dicendosi comunque “fiero del padre” ormai ammalato di tumore, racconta di avere studiato per molto tempo le vicende legate alla strage di Portella della Ginestra, roba di sessant’anni fa, e di essere arrivato alla conclusione che “quando qualcosa parte dall’interno dello stato”, si rischia purtroppo di “perdere la fiducia”. Dunque anche il figlio di Bernardo Provenzano, geometra incensurato, chiede un’altra Verità sulle stragi del ’92. Una Verità che possibilmente tiri fuori il padre – come sono stati tirati fuori i sette ergastolani condannati nel primo girone del processo Borsellino, quello del falso pentito – e che consenta finalmente di smascherare “i mandanti occulti” che se ne stanno rintanati nei palazzi romani, a trafficare con la politica dopo avere trafficato negli anni bui con le cosche e con gli sbirri che si vendevano alle cosche.
Certo, lo spettacolo non è stato lo stesso. Massimo Ciancimino, a differenza di Angelo Provenzano, avrebbe ritrovato in studio il suo ruolo di ventriloquo e avrebbe fatto raccontare al padre morto chissà quali retroscena sui rapporti con Berlusconi o con Dell’Utri; avrebbe pure risuscitato il misterioso “signor Franco” e gli avrebbe fatto dire chissà quali nefandezze sulla trattativa, magari mascariando ancora una volta il prefetto De Gennaro o il generale Mori, suoi bersagli preferiti. Ma le cose non sono andate per il verso giusto e il gran teatro di Santoro visibilmente ne ha sofferto. Per fortuna, ha confermato la sua presenza, in collegamento da New York, Antonio Ingroia, il magistrato che per tre anni ha dato a Massimuccio spago e credibilità. La Verità ne è uscita sana e salva.